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<title>Società Pannunzio per la libertà d'informazione</title>
<description>Società Pannunzio per la libertà d'informazione</description>
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<title>EIMP: Laura Boldrini firma la ICE per il pluralismo dei media</title>
<pubDate>Sun, 31 Mar 2013 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>La Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha aderito all&#039;iniziativa dei cittadini europei per la libertà d’informazione e il pluralismo dei media (EIMP).

Clicca qui per firmare anche tu!</description>
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<title>CONFERENZA STAMPA - LANCIO INIZIATIVA EUROPEA PER IL PLURALISMO DEI MEDIA</title>
<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 00:00:00 +0100</pubDate>
<description> Il 7 febbraio alle ore 11,30 presso la Federazione Nazionale Stampa Italiana, in Corso Vittorio Emanuele II 349 Roma, si terrà la conferenza stampa per il lancio della prima iniziativa europea per il pluralismo dei media alla quale parteciperanno, tra gli altri, Tana de Zulueta, portavoce italiana dell’iniziativa e il Segretario generale del Sindacato dei giornalisti italiani, Franco Siddi.
 
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La libertà e il pluralismo dei media sono sotto attacco in Europa. L’erosione del diritto a un’informazione indipendente, libera e plurale è una minaccia al pieno esercizio della cittadinanza europea. Ma è un diritto che i cittadini possono rivendicare, firmando a sostegno dell’Iniziativa Cittadina Europea per il Pluralismo dei Media. Grazie a questo nuovo strumento di democrazia partecipativa, che permette ad almeno un milione di cittadini di presentare una proposta di legge direttamente alla Commissione europea, i cittadini potranno fare sentire la propria voce. Per la prima volta, i cittadini potranno anche firmare online – un passo importante verso la democrazia digitale.
«Fino ad oggi le istituzioni europee sono rimaste immobili di fronte alla continua violazione della libertà d&#039;informazione in diversi paesi, a cominciare da Italia e Ungheria. Con questa iniziativa chiediamo un&#039;Europa che sanzioni non solo i deficit di bilancio, ma anche e soprattutto i deficit di democrazia e libertà» ha dichiarato Lorenzo Marsili, portavoce europeo dell’iniziativa.
Con questa proposta i cittadini europei chiedono in particolare:
Una legislazione efficace per evitare la concentrazione della proprietà dei media e della pubblicità;
una garanzia di indipendenza degli organi di controllo rispetto al potere politico;
la definizione del conflitto di interessi per evitare che i magnati dei mezzi di informazione occupino alte cariche politiche;
sistemi di monitoraggio europei più chiari per verificare con regolarità lo stato di salute e l’indipendenza dei media negli Stati Membri.
Durante la conferenza sarà presentato il link a cui collegarsi per poter iniziare la raccolta delle firme, a cominciare dagli stessi presenti all’iniziativa del 7 febbraio.
«La nostra ambizione è quella di mobilitare i cittadini per rivendicare l’impegno delle istituzioni europee a sostegno dei diritti civili e delle libertà fondamentali, anche quando gli Stati li trascurano, come sempre più sta avvenendo», ha spiegato Tana de Zulueta, portavoce italiana dell’iniziativa.
 
Per maggiori informazioni: italia@mediainitiative.eu - www.mediainitiative.eu
Membri del comitato promotore italiano
 FNSI, Articolo 21, European Alternatives/Alternative Europee, Libertà e Giustizia, CGIL, ARCI, MoveOn Italia, Consiglio Italiano del Movimento Europeo - CIME, Libera Informazione, Caffè News, Associazione da Sud, Cittadinanzattiva, Società Pannunzio per la libertà d&#039;informazione, IRPI, Confronti e FCEI.
 
AGGIORNAMENTO DEL 06/02/2013:Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, ha firmato la nostra ICE e resa pubblica la seguente dichiarazione di accompagnamento:
«In  più occasioni il Parlamento Europeo si è espresso in favore di un  intervento dell’UE per tutelare l’indipendenza e il pluralismo dei media  negli Stati Membri. Firmo  l’Iniziativa dei Cittadini per il Pluralismo dei Media convinto che sia  un dovere dell’UE garantire questo diritto, sancito dalla Carta dei  diritti fondamentali dell’UE, a tutti i cittadini europei».</description>
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<title>Niente trucchi sulla trasparenza</title>
<pubDate>Sat, 26 Jan 2013 00:00:00 +0100</pubDate>
<description> 
 www.vogliamotrasparenza.it
Lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri ed al Ministro per la funzione Pubblica
La Presidenza del Consiglio dei  Ministri, con un comunicato dello scorso 22 gennaio ha informato  cittadini e media della circostanza che nel corso del Consiglio dei  Ministri svoltosi in pari data, sarebbe stato adottato – in attuazione  della delega conferita dal Parlamento al Governo con la legge n. 190 del  2012 – un Decreto legislativo attraverso il quale si sarebbe introdotto  nel nostro Ordinamento il principio della totale accessibilità delle  informazioni in possesso della pubblica amministrazione secondo  l’esempio del “Freedom of Information Act statunitense, che garantisce  l’accessibilità di chiunque lo richieda a qualsiasi documento o dato in  possesso delle PA, salvo i casi in cui la legge lo esclude espressamente  (es. per motivi di sicurezza)”.
“Il provvedimento” inoltre  - sempre  stando a quanto si è riferito nel comunicato stampa – avrebbe “lo scopo  di consentire ai cittadini un controllo democratico sull’attività delle  amministrazioni e sul rispetto, tra gli altri, dei principi  costituzionali di eguaglianza, imparzialità, buon andamento,  responsabilità, efficacia ed efficienza dell’azione pubblica”.
Il Decreto approvato dal Consiglio dei  ministri stabilirebbe, dunque, la “Accessibilità totale delle  informazioni che riguardano l’organizzazione e l’attività delle PA, allo  scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento  delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche” e  la “pubblicazione dei dati e delle informazioni sui siti istituzionali …  per consentire un’effettiva conoscenza dell’azione delle PA e per  sollecitare e agevolare la partecipazione dei cittadini”.
Lo stesso Decreto, infine,  introdurrebbe, nell’ordinamento italiano, un nuovo diritto definito  “diritto di accesso civico”, in forza del quale  “tutti i cittadini”  avrebbero il “diritto di chiedere e ottenere che le PA pubblichino atti,  documenti e informazioni che detengono e che, per qualsiasi motivo, non  hanno ancora divulgato.”.
Si tratta di una serie di misure che i  firmatari della presente lettera e milioni di cittadini italiani  chiedono, da anni, che vengano introdotte nel nostro ordinamento nella  convinzione che rappresentino un irrinunciabile strumento di  partecipazione democratica del cittadino alla vita del Paese.
Se, pertanto, il Consiglio dei ministri  dello scorso 22 gennaio avesse effettivamente varato tali misure, ad  esso andrebbe il plauso ed il sentito riconoscimento di molti cittadini.
A quanto risulta ai firmatari della  presente lettera, tuttavia, il testo del Decreto approvato dal Consiglio  dei Ministri e, peraltro, singolarmente – trattandosi di un  provvedimento di legge in materia di trasparenza – non pubblicato  neppure in versione provvisoria in allegato al comunicato stampa è ben  lungi dal riflettere quanto annunciato dalla Presidenza del Consiglio  dei Ministri.
Se così fosse, ci troveremmo dinanzi ad  un gravissimo episodio di disinformazione istituzionale ed al paradosso  dell’amministrazione centrale che annuncia il varo di una disciplina  sulla trasparenza in modo niente affatto trasparente.
Alla luce di tali considerazioni i firmatari della presente
CHIEDONO
- l’immediata pubblicazione sul sito  della Presidenza del Consiglio dei Ministri del testo, ove necessario in  versione provvisoria, del Decreto approvato nel corso del Consiglio dei  ministri dello scorso 22 gennaio.
Al riguardo si osserva che proprio il  comunicato stampa dello scorso 22 gennaio riferisce che il Decreto  approvato stabilirebbe “l’accessibilità di chiunque lo richieda a  qualsiasi documento o dato in possesso delle PA, salvo i casi in cui la  legge lo esclude espressamente”.
Risulterebbe, pertanto, paradossale, ad  avviso degli scriventi, che fosse loro negato – come accaduto sin qui  nonostante le numerose richieste – l’accesso ai documenti in possesso  della Presidenza del Consiglio dei Ministri, relativi al citato Decreto.
- qualora il Comunicato Stampa dello  scorso 22 gennaio, non riflettesse, in tutto o in parte, il contenuto  del Decreto, la pubblicazione immediata, sul sito della Presidenza del  Consiglio dei Ministri, di una rettifica contenente l’illustrazione  dettagliata delle ragioni che hanno determinato il grave episodio di  disinformazione istituzionale e le scuse del Presidente del Consiglio  dei Ministri e del Ministro della Funzione Pubblica.
Con osservanza,
Open Media Coalition
Foia.it
Agorà digitale
Femi – Federazione per i media digitali indipendenti
Anso – Associazione stampa online
Articolo 21
Società Pannunzio per la libertà di informazione
Cittadini Europei
Diritto di sapere
 



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#vogliamotrasparenza @Palazzo_Chigi Niente trucchi e una risposta all’appello sulla trasparenza www.vogliamotrasparenza.it
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<title>Diritto di cronaca “scaduto”: condannati direttore ed editore</title>
<pubDate>Sun, 20 Jan 2013 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>Ha dell’incredibile e minaccia di trasformarsi in un cerotto sulla bocca di chiunque faccia informazione la notizia che rimbalza da Ortona dove,  lo scorso 16 gennaio, il Tribunale ha condannato il direttore  responsabile di un quotidiano online – Primadanoi.it – a pagare 17mila  euro, per aver mantenuto online, troppo a lungo, un articolo – corretto,  veritiero e non diffamatorio – relativo a una vicenda penale che aveva  visto coinvolto un ristorante della zona e i suoi proprietari.
La storia è tanto inverosimile e, ad un tempo drammatica, che merita di essere raccontata dall’inizio.
Il  giornale online, nel marzo del 2008, pubblica un articolo relativo ad  un fatto di cronaca giudiziaria connesso a una vicenda di carattere  penale nella quale un ristorante della zona e i suoi proprietari erano  coinvolti.
Nel settembre del 2010, questi ultimi – evidentemente  preoccupati, a torto o a ragione, della cattiva pubblicità – chiedono al  direttore la cancellazione dell’articolo a difesa del loro diritto  all’oblio, senza, tuttavia addurre né il carattere diffamatorio o non  veritiero dello stesso.
Il direttore responsabile del quotidiano,  ovviamente, rifiuta di procedere alla cancellazione, ritenendo che la  pubblicazione dell’articolo continuasse ad essere giustificata dal diritto di cronaca, tanto più che il procedimento penale scaturito dall’episodio era ancora in corso.
I proprietari del ristorante non accettano il rifiuto e si rivolgono al Tribunale di Ortona chiedendo che ordinasse alla testata online la rimozione dell’articolo  in questione e la condannasse al risarcimento del danno da violazione  della privacy che assumevano di aver sofferto per effetto della  protratta pubblicazione del pezzo online.
E’ qui che la vicenda si tinge di tinte fanta-giuridiche che, tuttavia, proiettano un’ombra fosca sul futuro della libertà d’informazione online.
Nel  corso del giudizio, infatti, il direttore responsabile del giornale  decide – sebbene senza riconoscere nessuna propria responsabilità e solo  nella speranza di chiudere così bonariamente la vicenda – di rimuovere  l’articolo incriminato.
Tanto, però, non basta ai gestori del  ristorante che chiedono e ottengono che il giudizio prosegua e che il  giudice si pronunci sulla loro richiesta risarcitoria.
Ed eccola  la risposta del giudice: “La facile accessibilità e consultabilità  dell’articolo giornalistico, molto più dei quotidiani cartacei tenuto  conto dell’ampia diffusione locale del giornale online, consente di  ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida  stragiudiziale sia trascorso sufficiente tempo perché perché le notizie  divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici  sottesi al diritto di cronaca giornalistica, e che quindi, almeno dalla  data di ricezione della diffida, il trattamento di quei dati non poteva  più avvenire…”.
Straordinariamente e drammaticamente chiara la  posizione del giudice: dopo due anni e mezzo – se non prima – il diritto  di cronaca deve considerarsi “scaduto” con la conseguenza che  continuare a raccontare – anche solo “passivamente”, lasciando online un  articolo – una storia, sebbene vera e non diffamatoria, del passato,  rappresenta una violazione del diritto di cronaca dei suoi protagonisti.
Banditi, corrotti, corruttori e omicidi di tutta italia, probabilmente, hanno una ragione per gioire.
Editori  e giornalisti “ficcanaso” non potranno parlare di loro e delle loro  malefatte più a lungo di un paio d’anni e se lo faranno rischieranno una  sonora condanna a tanti zeri, come accaduto all’editore e direttore  responsabile di “Primadanoi”.
Muovendo, infatti, dal convincimento  che l’articolo avrebbe dovuto essere cancellato, il Giudice lo ha  condannato a pagare ai due proprietari del ristorante oltre 17mila euro a  titolo di risarcimento del danno e rimborso delle spese del giudizio.
Una  condanna che ora minaccia la prosecuzione dell’attività della testata e  rischia di imporre a molti altri piccoli e meno piccoli mezzi di  informazione online di chiudere i battenti perché, evidentemente, non  dispongono di risorse economiche idonee a consentire loro di far fronte  ad eventuali richieste risarcitorie per aver pubblicato, troppo a lungo –  rispetto ad un termine neppure scritto nella legge – un articolo veritiero, corretto e non diffamatorio.
L’idea  che il diritto di cronaca scada, rappresenta una delle minacce più  pericolose alla libertà di informazione online, una minaccia contro la  quale è urgente una presa di posizione forte e autorevole delle  istituzioni.
Altro che “Caso Sallusti”. E’ in vicende come questa  che Parlamento, Governo e Presidente della Repubblica dovrebbero  mobilitarsi per ricordare che la democrazia è fondata, tra l’altro, sul  riconoscimento a tutti i cittadini della libertà di informazione e che  nessuno può rischiare di esser condannato a pagare cifre a tanti zeri,  per aver pubblicato una notizia vera, non diffamatoria e di innegabile  interesse pubblico.
Il diritto all’oblio, in storie come questa,  non c’entra nulla e l’idea secondo la quale dopo due anni – ma magari  per un altro giudice e in un’altra storia potrebbe trattarsi solo di due  mesi – l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto venga meno è  nemica giurata del diritto di cronaca e, soprattutto, del diritto alla  storia: la nostra letta dalle generazioni che verranno anche e  soprattutto attraverso le “tracce elettroniche” che lasceremo di questa  sciagurata epoca.
[Pubblicato il 18 gennaio 2013 su ilFattoQuotidiano.it]</description>
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<title>A chi giova il silenzio stampa sui rapimenti: il caso delle due ragazze spagnole prigioniere da 451 giorni</title>
<pubDate>Sat, 05 Jan 2013 00:00:00 +0100</pubDate>
<description> Subito dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera del 4 gennaio dell’articolo sulle due spagnole da 450 giorni nelle mani di una banda di criminali somali, Medici Senza Frontiere ha chiesto di togliere dal sito di Africa Express del Corriere.it la fotografia che ritrae Blanca Thiebaut e Montserrat Serra, prigioniere dei loro aguzzini, “perché complica gli sforzi tesi a garantire il rilascio” delle due donne. Ho accettato a un patto: che fosse spiegato quali fossero queste complicazioni, che a me non risultano affatto chiare.
 
Le righe scritte da MSF e pubblicate da Africa Express a commento del pezzo di ieri (e che riporto qua sotto), non spiegano ancora quali siano queste ragioni. Ho tolto la foto, ma nello stesso tempo vorrei spiegare ai lettori quali sono le logiche per cui, quando ci sono notizie, intendo informare anche sui rapiti, sui rapitori e sui rapimenti. Innanzitutto è bene chiarire che si sta parlando di persone sequestrate da organizzazioni criminali e non da gruppi politici, per i quali l’ottica cambia.
 
Le autorità (tutte, ministeri e forze dell’ordine) chiedono sempre di tenere lo stretto riserbo su queste questioni.
 
Ma nessuno finora ha risposto dettagliatamente alla domanda: a cosa serve il riserbo? Secondo me solo a far sì che l’opinione pubblica e le famiglie degli ostaggi non si indignino e rimangano quiete, calme e anche un po’ rassegnate. “I tempi sono lunghi”, continuano a ripetere coloro che sostengono di avere in mano le redini del negoziato.
 
Ma i tempi si allungano solo perché si aprono trattative sull’ammontare del denaro da pagare in cambio della liberazione. Ai sequestratori che chiedono 1000 viene offerto 100, oppure cose del tipo “non paghiamo, ma vi offriamo un lavoro”. Come si usa fare nei suk, il negoziato comincia il suo iter, fatto di ammiccamenti, di silenzi, di rottura dei rapporti e anche di affermazioni piuttosto “singolari” (e lanciate per ingannare!) del tipo: “Tenetevi gli ostaggi, non ci importa nulla”. I tempi lunghi – è bene chiarirlo con grande trasparenza - comportano sofferenze per gli ostaggi.
 
Cosa accadrebbe, invece, se quando arriva la richiesta di riscatto si pagasse subito? La prigionia degli ostaggi durerebbe pochi giorni, se non addirittura poche ore.
 
C’è poi chi sostiene aprioristicamente, come MSF, che non si debbano pagare riscatti: “E infatti noi non li paghiamo – ripetono i suoi dirigenti - altrimenti scatta da parte di altri potenziali sequestratori la smania di emulazione”. Una posizione legittima sicuramente, come tutte le altre, ma alquanto curiosa. I potenziali imitatori, infatti, non diventano tali perché leggono il Corriere della Sera. In Somalia – e non solo - tutti sono informati sui rapimenti, conoscono i rapitori e sanno quanto hanno incassato dai riscatti. Di certo le fonti degli epigoni non sono gli organi di informazione e i loro siti web e comunque questa gente non adegua i loro comportamenti a quanto scrivono i giornali sulla carta e su internet.
 
In questa sede non voglio dare giudizi di merito, sia meglio pagare o sia meglio non pagare. Entrambe le posizioni sono legittime, ma devono essere chiare e trasparenti. E’ bene che le famiglie dei rapiti - nonché quelle di chi parte verso zone del mondo dove si rischia di essere sequestrati - conoscano i pericoli che si corrono e sappiano che l’organizzazione per la quale si va a lavorare non intende pagare un eventuale riscatto.
 
Ma non solo. Occorre che questo tipo di approccio al problema sia conosciuto dall’opinione pubblica, altrimenti è facile chiedere il silenzio stampa per non far sapere che si pagano inconfessabili riscatti.
 
Non si può far finta di essere ignari che i criminali sequestrano per soldi, vogliono soldi e liberano gli ostaggi solo se si pagano i riscatti. Come non si possono addurre vaghe e imprecise assicurazioni che le notizie allontanano la liberazione degli ostaggi. Non è vero: l’avvicinano, se chi deve pagare è disposto a pagare. Certo l’allontanano se chi dovrebbe pagare non intende pagare o intende tirare sul prezzo anche a costo di allungare il periodo di prigionia e quindi le sofferenze degli ostaggi.
 
La mancanza di informazioni e notizie dilata i tempi della liberazione perché spunta le armi all’opinione pubblica e alle famiglie che – se sapessero – potrebbero esercitare forti pressioni su chi dovrebbe lavorare incessantemente e – senza condizioni - per il rilascio degli ostaggi in tempi brevi.
 
Ecco la richiesta di Medici senza Frontiere:
 
&quot;Medici Senza Frontiere (MSF) condanna la diffusione di presunte fotografie di Blanca Thiebaut e Montserrat Serra, le due operatrici umanitarie di MSF rapite nel campo rifugiati di Dadaab (Kenya) il 13 ottobre 2011 e portate in Somalia.
 
 
 
La pubblicazione di materiali di questo tipo può complicare gli sforzi tesi a garantire il rilascio di Montserrat e Blanca in condizioni di sicurezza.
 
 
 Le loro famiglie e MSF sono grate per la discrezione e la solidarietà dimostrate fino a oggi sulla questione da parte dei media internazionali, spagnoli e somali e chiede di mantenere tale atteggiamento di prudenza a tutti i media, mentre si sta lavorando incessantemente per il rilascio.&quot;
 
 
[Pubblicato su Africa Express del Corriere.it il 5 gennaio 2013]</description>
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<title>FOIA = trasparenza, partecipazione e collaborazione: i tre pilastri della Open Government Partnership</title>
<pubDate>Sat, 24 Nov 2012 00:00:00 +0100</pubDate>
<description>L&#039;Iniziativa per l&#039;adozione di un Freedom of Information Act in Italia partecipa alla discussione indetta dalla Open Government Partnership Italia con questa proposta:

Trasparenza è la parola chiave degli ultimi interventi  normativi varati in materia di Open Government (Agenda Digitale e Legge  anticorruzione).
 
Trasparenza, però, intesa unicamente come  pubblicazione sui siti web istituzionali delle informazioni detenute  dalla Pubblica Amministrazione; intesa, quindi, come concessione della  PA e non come diritto del cittadino. Il principio della pubblicità dei  procedimenti amministrativi quale condizione della loro effettiva  efficacia è un importante passo avanti. Necessario, ma non sufficiente.
 
Ciò  che ancora manca, infatti, è la bi-direzionalità dei processi di  trasparenza posti in essere: le Pubbliche Amministrazioni avranno  l’obbligo (ancora senza sanzioni o tempistiche certe) di rendere note  determinate informazioni; al cittadino, tuttavia, non si riconosce il  diritto di richiederle – se non nelle forme obsolete e opache della  vecchia legge in materia (241/1990).
 
Tale diritto è sancito nel  resto del mondo democratico dal Freedom of Information Act (FOIA),  ovvero una legge che garantisce a chiunque l’accesso ai documenti della  PA, senza necessità di motivare la richiesta.
 
Adottare un FOIA  anche in Italia è la premessa naturale ed ineludibile a qualsiasi forma  di governo aperto, poiché oltre a favorire la trasparenza delle PA, il  FOIA è efficace strumento di partecipazione e collaborazione tra  Istituzioni e cittadini, il cui rapporto sarebbe finalmente posto su un  piano di parità e fiducia.
 
FOIA = trasparenza, partecipazione e collaborazione: i tre pilastri della OGP.


 
 
 
 
Invitiamo tutti coloro che condividono la proposta a esprimere il proprio sostegno votandola sull&#039;apposito spazio di discussione predisposto dalla OGP: http://ogpitalia.ideascale.com/a/dtd/FOIA-=-trasparenza-partecipazione-e-collaborazione-i-tre-pilas/304843-21339
 
www.foia.it
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<title>Nomine AGCOM: notificato il ricorso di impugnazione</title>
<pubDate>Fri, 09 Nov 2012 00:00:00 +0100</pubDate>
<description> E’ necessario che i Giudici amministrativi accertino se la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno legittimamente proceduto alla recente nomina dei membri dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e se il procedimento amministrativo da queste ultime seguito sia stato idoneo a garantire alla stessa Autorità adeguata indipendenza dalle influenze dei partiti e di alcuni leader dei mercati sui quali l’Autorità medesima è chiamata a vigilare.
E’ nelle segreterie dei partiti o nelle aule parlamentari che devono designarsi i membri di un’Autorità indipendente?
 
E’ questo il senso del ricorso notificato nelle scorse ore alla Camera dei Deputati, al Senato, alla Presidenza della Repubblica ed ai membri dell’AGCOM nominati nei mesi scorsi a conclusione della campagna “Vogliamo Trasparenza” con la quale Open Media Coalition e numerose associazioni rappresentanti della società civile italiana hanno, a lungo, chiesto alle Istituzioni cui la legge affida il compito di nominare i membri di una delle Autorità indipendenti più importanti del nostro Paese di procedere a tale delicato compito sulla base di un meccanismo trasparente e meritocratico, al riparo da influenze partitiche.
Sfortunatamente, come è noto, non è andata così giacché il Parlamento ha permesso che i membri oggi nominati fossero designati sulla base del tradizionale meccanismo di spartizione partitica nelle segreterie dei partiti e si è limitato a ratificare l’operato di queste ultime.
 
A formare oggetto di contestazione non è la competenza o esperienza dei singoli membri nominati ma l’idoneità del procedimento adottato dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica per garantire al Paese la migliore Autorità Garante possibile e, soprattutto, la più indipendente.
L’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni svolge in un Paese come l’Italia, cronicamente ammalato di assenza di pluralismo, scarsa libertà di informazione e gravissimo ritardo nella diffusione di Internet un ruolo fondamentale ed insostituibile per lo sviluppo democratico, sociale, culturale ed economico.
Il solo sospetto che essa sia meno indipendente di quanto previsto dalla legge è democraticamente insostenibile e potrebbe produrre conseguenze gravissime sul piano giuridico giacché qualora il procedimento di nomina dei membri risultasse viziato ed illegittimo, tutti gli atti adottati dall’Autorità rischierebbero di essere travolti.
 
E’, probabilmente, la prima volta, in Italia, che la società civile chiede ai giudici di verificare se le Istituzioni cui la legge affida la nomina dei membri di un’Autorità indipendente abbiano fatto davvero l’interesse del Paese e, quindi, il loro dovere o si siano, invece, lasciate guidare da interessi diversi capaci di minare alla radice l’indipendenza dell’Autorità.
 
Il ricorso è stato firmato da Open Media Coalition, Agorà Digitale, Anso – Associazione Nazionale Stampa online, Associazione Articolo 21, FEMI – Federazione dei media digitali indipendenti, Società Pannunzio per la libertà di informazione e dal Sen. Belisario quale parlamentare della Repubblica, leso nell’esercizio dei propri diritti di elettore.
 
www.openmediacoalition.it</description>
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<title>L’Italia per le Nazioni Unite: libertà di informazione come in Iran</title>
<pubDate>Sat, 27 Oct 2012 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>


E’ uguale a zero il valore che i nostri governanti – passati e presenti – danno alla libertà di informazione che, evidentemente, ritengono più un fastidio dal quale difendersi che  non un indispensabile strumento di promozione e garanzia della  democrazia nel nostro Paese.
A condurre ad un tanto duro giudizio non è la paradossale vicenda – pure di per sé significativa – del disegno di legge sulla diffamazione,  nato per proteggere la libertà dei giornalisti e finito con  l’imbavagliarli in via preventiva, ma quanto emerge dalla relazione che  nelle prossime ore il Relatore Speciale per la promozione e tutela della libertà di informazione, Frank La Rue presenterà alle Nazioni Unite.
La  Relazione è dedicata alle misure spesso censoree attraverso le quali,  in molti Paesi al mondo, i Governi hanno scelto di combattere il  fenomeno del c.d. hate speaking.
All’Italia è dedicata una sola riga, nell’introduzione della Relazione.
Si tratta, tuttavia, di un pugno di caratteri straordinariamente e drammaticamente significativi.
Il  Relatore Speciale, infatti, cita l’Italia tra i Paesi nei quali, benché  abbia fatto richiesta al governo di un invito quale osservatore per  verificare lo stato della libertà di informazione, non ha ancora  ottenuto risposta.
Assieme al nostro Paese, solo l’Iran, la Thailandia, lo Sri Lanka, la Tunisia, l’Uganda il Venezuela e la Bolivia.
Hanno,  invece, risposto alle richieste di invito ed invitato il Relatore  speciale, solo per citare i più recenti, l’Algeria, Israele ed i  territori occupati della Palestina, l’Honduras il Pakistan e  l’Indonesia.
Non noi. Non l’Italia i cui governanti, evidentemente  – e, forse, a ragione – sono seriamente preoccupati dalle conclusioni  cui le Nazioni Unite potrebbero pervenire qualora  fossero poste nella condizione di osservare da vicino regole e politiche  che governano il sistema dell’informazione nel nostro Paese.
La richiesta di invito, ad oggi ancora senza una risposta – neppure negativa – è datata 2009, quando a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi.
Comprensibile,  forse, la resistenza del Cavaliere a non inserire nell’elenco dei suoi  tanti invitati eccellenti come l’ex leader libico Gheddafi o il fedele amico russo Vladimir Putin, anche il relatore speciale delle nazioni unite.
Meno facile – anzi davvero difficile – accettare l’idea che eguale silenzio è stato riservato alla richiesta delle Nazioni Unite dal governo del Professor Monti che non solo non ha avvertito l’esigenza di riscontrare la richiesta di  invito rimasta inevasa sulla scrivania del suo ministro degli esteri ma  ha, addirittura, ostinatamente scelto di restare sordo alla nuova  richiesta indirizzatagli dallo stesso Relatore Speciale delle nazioni  unite nell’aprile dello scorso anno allorquando, in Italia, si discuteva  dell’annosa questione delle nomine dei componenti delle Autorità  indipendenti.
Un silenzio assordante ed un gesto ingiustificabile nel sistema della diplomazia internazionale.
Siamo  un Paese che continua deliberatamente a sottrarsi ad un osservatore  internazionale che chiede di verificare quale sia la condizione della  libertà di informazione esattamente come fanno alcuni regimi totalitari.
Da  noi, la libertà di informazione vale zero e da domani, grazie  all’inaccettabile comportamento del governo Berlusconi prima e del  governo Monti dopo, lo sapranno tutti i Paesi i cui rappresentanti  siedono nell’assemblea delle Nazioni Unite.
Un altro caso Italia ed un’altra vergogna tricolore.
[Pubblicato su ilFattoQuotidiano.it il 27 ottobre 2012]</description>
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<title>Solidarietà con i giornalisti tunisini in sciopero</title>
<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 00:00:00 +0200</pubDate>
<description>La Società Pannunzio per la libertà di informazione sostiene le motivazioni dello sciopero generale indetto dal Sindacato  nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT) e svoltosi nella giornata di  ieri. I giornalisti tunisini denunciano le perduranti minacce  all’indipendenza dei media nel paese, a quasi due anni dalla caduta del  regime di Zine El Abidine Ben Ali.
Il sogno di un’informazione  finalmente libera, fatta da giornalisti indipendenti, sembra essersi  infranto con l’avvento del governo di coalizione guidato dal partito  islamista Ennahda, all’inizio del 2012.
I giornalisti tunisini chiedono  l’applicazione delle norme varate dal governo di transizione e  successivamente bloccate dal nuovo premier Hamadi Jebali. Tali norme  vietano le restrizioni alla circolazione dell’informazione, sanciscono  la protezione delle fonti dei media e affidano a un organismo  indipendente il potere di rilasciare le concessioni radiotelevisive. I  giornalisti tunisini chiedono inoltre maggiore trasparenza nelle nomine  dei direttori dei media pubblici, che negli ultimi mesi sono stati  sostituiti da personaggi graditi al partito di maggioranza e compiacenti  con il nuovo regime.
La Società Pannunzio per la libertà di  informazione esorta la stampa italiana a occuparsi delle difficili  condizioni in cui tuttora operano i loro colleghi non solo in Tunisia, ma  anche negli altri paesi interessati nel 2011 dalla cosiddetta Primavera  araba.</description>
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<title>Esposto de Bortoli: alcune precisazioni</title>
<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 00:00:00 +0200</pubDate>
<description> Ci hanno scritto alcuni lettori apprezzando la denuncia presentata dalla Società Pannunzio all&#039;Ordine dei giornalisti della Lombardia contro il Direttore del Corriere della sera, Ferruccio de Bortoli, ma facendoci notare che se le accuse erano circostanziate non altrettanto erano “le pezze d&#039;appoggio” sia della normativa deontologica sia della giurisprudenza. Nella sostanza, i lettori ci hanno chiesto: è ovvio che l&#039;articolo era scorretto e che la mancanza delle rettifica è “un gesto - come ha scritto un lettore – di intollerabile arroganza che squalifica il Corriere”, ma le norme esistenti quali doveri specifici impongono al giornalista e al suo Direttore?
 
Nella nostra denuncia non siamo scesi nei particolari perché ogni decisione e relativa motivazione spettano alla Commissione dell&#039;Ordine della Lombardia secondo le norme esistenti. Però la Società Pannunzio ha come suoi capisaldi l&#039;affermazione e il rispetto dei diritti dei lettori, e in questo caso sono state violate sia norme deontologiche sia indirizzi giurisprudenziali. Ed è sempre bene che i lettori conoscano i propri diritti, e i doveri dei giornalisti. Ricordiamo infatti che se in questo caso non sussisteva (ancora) uno specifico obbligo di pubblicazione della nostra rettifica, va comunque sanzionato il comportamento scorretto sia del giornalista sia del Direttore, in quanto:
la legge sull&#039;Ordinamento della professione giornalistica n.69 del 1963,  art. 2, primo comma  prescrive che “è obbligo inderogabile il rispetto della verità dei fatti”. Quindi in questo caso ci troviamo di fronte a una vera e propria violazione della legge. La Società Pannunzio avrebbe potuto presentare la propria denuncia direttamente presso la Procura della repubblica.
la “Carta dei doveri dei giornalisti italiani” del 1993 riprende testualmente la norma del 1963 e la fa propria nella sua premessa, nonché stabilisce che “il giornalista corregge tempestivamente e accuratamente  i suoi errori o le inesattezze”, anzi “rettifica con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte  o errate”.
 
E non è tutto. Nel 2001 (sent. n. 37140, ud. 20.5.2001, dep. 16.10.2001, ric. Galiero) le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno affrontato il problema, chiarendo che in caso di un’intervista, al giornalista che riporta “alla lettera” dichiarazioni del soggetto intervistato incombe sempre il dovere di controllarne la veridicità.
 
Come si vede, le norme bastano e avanzano.</description>
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