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<title>Società Pannunzio per la libertà d'informazione</title>
<description>Società Pannunzio per la libertà d'informazione</description>
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<title>I Buoni Maestri</title>
<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>In un articolo dedicato alla nostra iniziativa &quot;Studenti e Cittadini&quot; (che riportiamo qui di seguito), il Giornale evidenzia, stigmatizzandola, l&#039;assenza di esponenti di area berlusconiana tra i personaggi da noi coinvolti.In  effetti, il rilievo che ci viene mosso è fondato e ci porta a  considerare che avremmo potuto proficuamente organizzare un incontro con  un fulgido esempio di &quot;editore puro&quot; di destra come Ciarrapico (Pdl), appena rinviato a giudizio con l’accusa di aver truffato 45 milioni allo Stato (di cui, per  inciso, è anche parlamentare); oppure avremmo potuto invitare a  partecipare un eccellente direttore &quot;non di sinistra&quot; come Vittorio Feltri, recentemente sospeso in via definitiva (proprio a seguito di un esposto presentato dalla Società Pannunzio) per «avere violato il dovere di promuovere il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».Sarebbe  stata certamente un&#039;ottima occasione per spiegare ai ragazzi quali sono  le condotte concretamente mettono a rischio l&#039;esercizio della libertà  di stampa e quali pratiche non rientrano nell&#039;ambito della professione  giornalistica.Siamo sinceramente rammaricati per non aver colto  questa opportunità e ringraziamo gli amici del Giornale per l&#039;attenzione  che costantemente riservano alle nostre attività, invitandoli a  continuare a seguirci con lo stesso spirito costruttivamente critico  finora dimostrato.______________
A lezione di libertà di stampa In cattedra salgono i soliti noti 
A lezione di «libertà di stampa» dai Buoni Maestri  dell&#039;intellighenzia... a senso unico. La Provincia di Roma ha dato il  patrocinio all&#039;iniziativa «Studenti e Cittadini» della Società  Pannunzio, realizzata dai giornalisti Corrado Giustiniani e Stefano  Trincia. In tre licei della capitale, il Mamiani (frequentato, tra  l&#039;altro, dai figli di Massimo D&#039;Alema), il Newton e il Giordano Bruno, a  partire da mercoledì si parlerà di libertà di stampa e dello stato  dell&#039;informazione in Italia. In cattedra anche Giulio Anselmi,  presidente della Federazione italiana degli editori (Fieg), e una serie  di giornalisti che la libertà di stampa la declinano a sinistra: tra gli  altri, Antonio Padellaro (nella foto), direttore del Fatto quotidiano  che inaugura il ciclo di lezioni al Giordano Bruno, e Bruno Manfellotto,  alla guida dell&#039;Espresso che inaugura quello del Newton. Invitati  inoltre i giuristi Sabino Cassese e Stefano Rodotà, quest&#039;ultimo  editorialista di Repubblica. Tutto con la benedizione del presidente Pd  della Provincia, Nicola Zingaretti.
[pubblicato su &quot;il Giornale&quot; il 2 febbraio 2012]</description>
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<title>Giornalisti: al via ciclo incontri nelle scuole romane su libertà di stampa</title>
<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 00:00:00 +0000</pubDate>
<description> Roma, 30 gen. - (Adnkronos) - Giulio Anselmi torna a scuola. Non sui  banchi, pero&#039;, ma in cattedra. Mercoledi&#039; 1 febbraio, alle 9, il  presidente della Federazione italiana degli editori si presentera&#039; ai  cancelli del Liceo Mamiani, in viale delle Milizie a Roma, per  intrattenere i ragazzi delle ultime classi attorno alla liberta&#039; di  stampa e allo stato del mondo dell&#039;informazione in Italia, per poi  rispondere alle loro domande.


Sara&#039; questo il primo dei nove incontri previsti in tre licei di Roma  dal progetto &quot;Studenti e Cittadini&quot;, realizzato da Corrado Giustiniani e  Stefano Trincia per conto della Societa&#039; Pannunzio e patrocinato dalla  Provincia. Al Liceo Scientifico Newton di via Manzoni gli incontri  prenderanno il via il 6 febbraio, con il direttore dell&#039;Espresso Bruno  Manfellotto, mentre Antonio Padellaro, direttore del Fatto Quotidiano,  inaugurera&#039; il 15 febbraio il ciclo della terza struttura interessata,  il liceo Giordano Bruno di via della Bufalotta.


Gli studenti avranno la possibilita&#039; di ascoltare sul tema anche  insigni giuristi, come Alessandro Pace, che parlera&#039; al Giordano Bruno,  Sabino Cassese, di scena al Newton e Stefano Rodota&#039; al Mamiani. Il  terzo appuntamento vedra&#039; in ciascuna scuola l&#039;apporto di giornalisti  stranieri che vivono nella capitale e di giornalisti italiani testimoni  di importanti settori, da Dennis Redmont a Bianca Stancanelli.
[pubblicato su Libero il 30 gennaio 2012, Regioni, Cronaca]</description>
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<title>MANIFESTAZIONE A ROMA CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO</title>
<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>No  alla legge bavaglio!
La Società Pannunzio per la libertà d&#039;informazione aderisce e invita ad aderire alla manifestazione contro il DDL intercettazioni voluto dal Governo, che rischia di essere approvato, con un colpo di mano, nei prossimi giorni.
Oltre a ostacolare la giustizia, a fornire uno straordinario strumento di difesa a chi ponga in essere le peggiori condotte criminali e a costringere al silenzio i media, questo provvedimento mira a limitare fortemente il diritto di parola sul Web di tutti i cittadini italiani.
Per questo invitiamo tutti a partecipare alla manifestazione che si terrà a Roma
 
giovedì 29 - dalle 15,00
e per tutto il pomeriggio
al Pantheon</description>
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<title>Ci riprovano: bavaglio ai blog</title>
<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description> A Berlusconi la Rete libera e diffusa dà fastidio: gli toglie consenso politico e sottrae investimenti pubblicitari alle sue tivù. Ecco perché tenta di nuovo di disincentivarla. Con una strategia semplice: quella della pauraImmaginate una bilancia - quella della celebre immagine della giustizia che continua a campeggiare nelle aule dei nostri Tribunali - e mettete da una parte il diritto all&#039;informazione e la libertà di parola e dall&#039;altra il presunto diritto di pochi a parlare, senza essere ascoltati da magistrati e forze dell&#039;ordine, anche quando la chiacchierata è finalizzata ad ordire crimini e reati e soprattutto, quello altrettanto discutibile - per non dire inesistente - a che la stampa non racconti le loro malefatte.Se, a questo punto, fate prepotentemente pendere la bilancia dalla parte della tutela dell&#039;interesse di pochi – e potenti – ad impedire alla magistratura ed ai media di fare il loro dovere, otterrete la più plastica immagine del perverso ed inaccettabile esperimento di ingegneria normativa che la maggioranza intende realizzare nei prossimi giorni. Oggetto di questa mostruosa alchimia è il ddl intercettazioni che nelle prossime ore tornerà in discussione (si fa per dire giacché il testo appare destinato ad essere blindato dal voto di fiducia e, quindi, ci sarà ben poco da discutere) in Parlamento. Che il ddl intercettazioni rischi di spuntare le armi alla giustizia, fornire straordinari scudi a ladri e politici corrotti e mettere un cerotto sulla bocca dei media italiani è, ormai, sfortunatamente circostanza nota.Meno noto - ancorché già ripetutamente denunciato - è che il nostro Parlamento, su mandato del Governo, approvando il ddl intercettazioni nella sua attuale formulazione, sta per commettere uno dei peggiori delitti che possano essere commessi nel secolo della Rete: privare ogni cittadino italiano del diritto di parola sul web o, almeno, rendere tanto rischioso e pericoloso esercitare tale diritto da suggerire ai più di rinunciare a farlo.Nel testo del disegno di legge che, sin dalla scorsa estate giace in Parlamento in attesa che una nuova emergenza giudiziaria del Premier ne rendesse urgente l&#039;approvazione, infatti, c&#039;è una piccola norma della quale è pressoché impossibile ricostruire la genesi, in forza della quale si vorrebbe estendere a tutti i &quot;gestori di siti informatici&quot; – quindi blogger inclusi – l&#039;applicabilità dell&#039;istituto della rettifica disciplinato dalla vecchia legge sulla stampa, datata 1948, una delle poche leggi ancora vigenti scritte direttamente dall&#039;assemblea costituente, in un&#039;epoca nella quale Internet non era, ovviamente, ancora neppure fantascienza. Secondo quanto disposto dal comma 29 dell&#039;art. 1 del disegno di legge tutti i gestori di siti informatici dovrebbero provvedere, entro 48 ore dall&#039;eventuale richiesta da parte degli interessati – fondata o infondata che sia – a rettificare ogni genere di informazione pubblicata a pena, in caso di mancata tempestiva rettifica, di incorrere in una sanzione fino a dodici mila euro.Al riguardo è importante esser chiari. Il punto non è sottrarre la blogosfera da ogni responsabilità per la pubblicazione di contenuti suscettibili di ledere gli altrui diritti ma, piuttosto, quello di non pretendere da un blogger la stessa reattività che la legge pretende da un giornale o da una televisione e non minacciare un blogger con una sanzione che mentre rappresenta per un giornale una delle tante componenti del rischio di impresa, costituisce per lui una condanna irrevocabile alla chiusura. Un blogger - salvo eccezioni - sarà portato a rettificare &quot;per paura&quot; di vedersi altrimenti irrogare una sanzione da dodici mila euro e non già perché certo di dover rettificare per aver violato un altrui diritto mentre i media tradizionali, dinanzi ad una richiesta di rettifica, ci pensano, ci riflettono, la esaminano, la fanno esaminare ad avvocati e legulei e, poi, solo se davvero convinti di dovervi procedere, vi provvedono.Imporre un obbligo di rettifica a tutti i produttori &quot;non professionali&quot; di informazione, significa, quindi, fornire ai nemici della libertà di informazione, una straordinaria arma di pressione - se non di minaccia - per mettere a tacere le poche voci fuori dal coro, quelle non raggiungibili, neppure nel nostro Paese, attraverso una telefonata all&#039;editore e/o al principale investitore pubblicitario. Si tratta, d&#039;altra parte, di una conclusione alla quale, nelle scorse ore, è arrivata anche Giorgia Meloni, Ministro della Gioventù che ha, infatti, riconosciuto come «Esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione. Applicare per entrambi la stessa legge è sicuramente un errore». Per difendere l&#039;interesse all&#039;impunità di pochi - o, forse, addirittura di uno solo - il Parlamento sta, dunque, tra l&#039;altro, per iscrivere un&#039;esosa ipoteca sul futuro dell&#039;informazione libera in Rete. Non resta che sperare – sebbene si tratti di una speranza davvero flebile – che il Parlamento si rifiuti di staccare alla spina alla Rete che conosciamo e che rappresenta un irrinunciabile risorsa per il futuro del Paese e che, posto davanti all&#039;alternativa, preferisca, piuttosto, staccare la spina ai dinosauri di Palazzo.
[pubblicato su l&#039;Espresso online del 27 settembre 2011]</description>
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<title>Piacenza, 25 settembre 2011: la Società Pannunzio al Festival del Diritto</title>
<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description> Che ruolo hanno giocato i nuovi  media, in occasione della primavera  araba, nella costruzione di una  cornice narrativa plausibile? L’evento  risponde attraverso tre chiavi di  lettura: l’impatto di Facebook,  YouTube e Twitter sull’agenda setting  globale, il loro uso da parte dei  cittadini arabi residenti in Italia,  la testimonianza di un reporter  di guerra.
Nell&#039;ambito del Festival del Diritto, dedicato quest&#039;anno al tema  &quot;Umanità e tecnica&quot;, una sessione a cura della Società Pannunzio per la  libertà d’informazione.
Agenda setting globale e primavera araba
Coordina ENZO MARZO.
Intervengono PAOLO COSTA,  FEDERICA DA MILANO, AMEDEO RICUCCI.
domenica 25 settembre ·  11.00 -  14.00
Piacenza, Palazzo Galli Salone dei Depositanti
 
Il programma completo dell&#039;edizione 2011
 
Preannuncia la tua partecipazione su Facebook</description>
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<title>AGCOM, la chiamavano trinità</title>
<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>L&#039;AGCOM si appresta a stringere le cesoie sulla rete con l&#039;attuazione  della nuova disciplina sull&#039;enforcement dei diritti d&#039;autore online.  Perché non potrebbe farlo, cosa si può fare
A poco più di sei mesi dalla pubblicazione della Delibera AGCOM  668/2010/CONS concernente l&#039;avvio di un&#039;audizione pubblica sui  lineamenti di un provvedimento relativo all&#039;esercizio &quot;delle competenze  dell&#039;Autorità in materia di tutela del diritto d&#039;autore sulle reti di  comunicazione elettronica&quot;, l&#039;Autorità per le Garanzie nelle  Comunicazioni sembra aver deciso: il prossimo 6 luglio adotterà la nuova  disciplina sull&#039;enforcement dei diritti d&#039;autore online, dando piena  attuazione ai lineamenti allora pubblicati ed ignorando, integralmente, i  suggerimenti e le critiche ricevute nel corso dell&#039;audizione.L&#039;Autorità  del Presidente Calabrò si avvia dunque a trasformarsi, come già  ipotizzato, in uno sceriffo dai modi piuttosto rudi, intenzionato a  &quot;fare giustizia&quot; - o quella che riterrà essere giustizia - secondo un  codice di guerra da esso stesso - sebbene con il prezioso contributo  della lobby dei titolari dei diritti - elaborato ed attraverso  procedimenti sommari che non terranno in nessun conto i diritti e le  libertà fondamentali degli utenti della più grande piattaforma  democratica che il mondo abbia mai conosciuto.Un&#039;Autorità una e  trina che si attribuisce poteri che non le competono, scrive regole in  aperta violazione di ogni più elementare principio di diritto e pretende  di applicarle, in assoluta autonomia e senza interferenze da parte dei  Giudici naturali.Siamo di fronte a quella che appare come una  perversa alchimia ed ad uno straordinario esperimento di inciviltà  giuridica per effetto del quale stiamo per veder abdicato, d&#039;un colpo,  il principio della separazione dei poteri e quello del diritto alla  difesa ed ad un giusto processo.È un caso di scuola di ciò che in un  ordinamento democratico non dovrebbe mai accadere che si parli di  diritto d&#039;autore o di questioni ben più importanti.Siamo il  &quot;topo di laboratorio&quot; dell&#039;AGCOM che, su di noi, pare aver deciso di  sperimentare l&#039;ennesima ricetta inutile e liberticida elaborata  dall&#039;industria dei contenuti allo scopo di cercare, ancora una volta,  vanamente di rimediare alla propria incapacità di adattarsi al mondo che  cambia.Regole che nascono vecchie, inattuabili ed antidemocratiche e  che non serviranno a nulla se non a spillare denaro ai contribuenti.Inutile,  tuttavia, perder tempo a scrivere ciò che è sotto gli occhi di tutti e  sarà ancor più evidente una volta che la nuova disciplina sarà in  vigore.
Sembra, invece, più costruttivo mettere in fila i principali motivi per i  quali la delibera AGCOM è illegittima e le iniziative che addetti ai  lavori e società civile potrebbero intraprendere per reagire dinanzi  all&#039;ormai prossimo attentato ai diritti ed alle libertà fondamentali  ordito da un&#039;Autorità sulla carta indipendente e che dovrebbe tutelare  anche i diritti degli utenti e dei consumatori.Cominciamo dal principio.L&#039;AGCOM  sembra intenzionata ad estendere l&#039;ambito di applicabilità della nuova  disciplina a chiunque pubblichi e/o consenta la pubblicazione di un  contenuto audiovisivo online a prescindere dal tipo di attività svolta e  dal luogo di stabilimento.Non può farlo.L&#039;unico potere  regolamentare in materia del quale l&#039;Autorità dispone le proviene dal  famigerato Decreto Romani che ha modificato l&#039;Art. 32-bis del Testo  Unico dei servizi dei media audiovisivi e radiofonici stabilendo che &quot;I  fornitori di servizi di media audiovisivi assicurano il pieno rispetto  dei principi e dei diritti di cui alla legge 22 aprile 1941, n. 633, e  successive modificazioni, indipendentemente dalla piattaforma utilizzata  per la trasmissione di contenuti audiovisivi&quot; e demandato, quindi, all&#039;Autorità Garante per le Comunicazioni il compito di emanare &quot;le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l&#039;osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo&quot;.Le  nuove regole, dunque, non potranno che trovare applicazione nei soli  confronti dei soggetti qualificabili quali &quot;fornitori di servizi media  audiovisivi&quot; alla stregua del Testo Unico.A norma di quanto disposto dall&#039;art. 2 del Testo unico, &quot;i  servizi prestati nell&#039;esercizio di attività precipuamente non  economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione  televisiva, quali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella  fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti  privati a fini di condivisione o di scambio nell&#039;ambito di comunità di  interesse&quot; non si considerano servizi media audiovisivi e,  pertanto, nei loro confronti le nuove norme non potranno, in alcun caso,  trovare applicazione.Egualmente limitati sono i poteri dei quali l&#039;Autorità dispone nei confronti dei soggetti non stabiliti in Italia.Se, pertanto, il Regolamento prevedesse un più ampio ambito di applicazione, lo stesso risulterebbe illegittimo.Analoghe  perplessità in ordine alla legittimità della disciplina che AGCOM si  avvia a varare concernono la circostanza che l&#039;Autorità intende  attribuirsi il potere di emettere provvedimenti in via cautelare ed  urgente analoghi - almeno nel contenuto e negli effetti - a quelli che  già oggi possono essere richiesti alle sezioni specializzate di  proprietà intellettuale dei Tribunali Ordinari.Tali provvedimenti,  tuttavia, hanno per presupposto di legittimità - e stringenti obblighi  in tal senso sono imposti anche dagli accordi TRIPS - la circostanza di  dover necessariamente avere un&#039;efficacia temporanea ed anticipatoria  rispetto ad un accertamento giurisdizionale a cognizione piena che deve,  poi, essere immediatamente svolto.Qualora, pertanto, le nuove  regole non imponessero ai titolari dei diritti, a seguito della  richiesta di rimozione di un contenuto in sede amministrativa, di  promuovere un procedimento giurisdizionale per l&#039;accertamento del  diritto del quale si è chiesta tutela in via cautelare, esse  risulterebbero, ancora una volta, illegittime.Sarebbe,  probabilmente, già abbastanza per suggerire ad AGCOM di astenersi, in  extremis, dall&#039;adozione di un insieme di norme certamente illegittime e  destinate ad essere dichiarate tali dai Giudici amministrativi e/o da  quelli europei. Ma c&#039;è di più.I contenuti sui quali AGCOM sembra  intenzionata a riservarsi il diritto di stringere la cesoia  appartengono, infatti, agli utenti che li pubblicano in Rete attraverso i  servizi erogati dagli intermediari della comunicazione e costituiscono  esercizio di libertà e diritti a questi ultimi riconducibili: libertà di  impresa, libertà di manifestazione del pensiero, diritto di cronaca o,  piuttosto, diritto all&#039;identità personale.Tali contenuti, pertanto,  non possono legittimamente essere rimossi dallo spazio pubblico  telematico in mancanza di un processo nell&#039;ambito del quale sia offerta  all&#039;autore del contenuto e/o all&#039;uploader la possibilità di difendersi e  sia garantito un risarcimento per l&#039;ipotesi - assai probabile in  procedimenti che AGCOM vorrebbe celebrare in cinque giorni ed in  contraddittorio con un soggetto diverso dall&#039;uploader - di errore  &quot;giudiziario&quot;.Qualora la disciplina che AGCOM si avvia a varare  ignorasse tali elementari principi la stessa si porrebbe in palese ed  aperto contrasto con il diritto al contraddittorio, all&#039;indennizzo e,  più in generale, al giusto processo sanciti tanto dalla nostra carta  costituzionale che, con specifico riferimento alle questioni di  proprietà intellettuale, dagli accordi TRIPS.Veniamo, a questo punto, a cosa fare se, come appare probabile, AGCOM attuerà i propri perversi intendimenti.È,  innanzitutto, evidente che, in molti, impugneranno dinanzi ai giudici  amministrativi nazionali il nuovo regolamento che altro non è se non un  atto amministrativo illegittimo per le ragioni anzidette.Nel  primo procedimento che dovesse scaturire dall&#039;applicazione della nuova  disciplina, inoltre, sarà opportuno sollevare una bella questione di  pregiudiziale comunitaria e chiedere alla Corte di Giustizia dell&#039;Unione  Europea se ritiene compatibile con l&#039;ordinamento europeo un insieme di  norme nazionale che producano i perversi effetti sopra ricordati.La  risposta sembra scontata ma, considerata la caparbietà con la quale  AGCOM si è pervicacemente legata all&#039;idea, val la pena che qualcuno,  dall&#039;alto, le tiri le orecchie nella speranza di farla rinsavire.Tenuto  conto, inoltre, che nelle cesoie dell&#039;Autorità finiranno presto diritti  fondamentali di utenti e cittadini, sembra indispensabile che  dell&#039;italico approccio alla tutela dei diritti d&#039;autore venga  interessata la Corte Europea dei Diritti dell&#039;Uomo la quale ha già più  volte ricordato che la libertà di informazione non è un diritto  immolabile sull&#039;altare di diritti patrimoniali e per volere di  un&#039;Autorità amministrativa semi-indipendente.C&#039;è poi il capitolo  relativo ai risarcimenti del danno che chiunque potrà chiedere ad AGCOM  ed ai titolari dei diritti per le centinaia di migliaia di ipotesi  nelle quali, certamente, il ritmo e la mole di informazioni da  processare comporterà come conseguenza la commissione di gravi errori in  danno di utenti ed operatori di comunicazione.Sin qui per quanto riguarda i principali rimedi esperibili in sede giudiziaria.Ma vediamo ora cosa può fare la società civile per far sentire la propria voce.Occorre,  innanzitutto - e l&#039;Istituto per le politiche dell&#039;innovazione con gli  amici della FEMI e di Agorà digitale sta già lavorando in questa  direzione - dar vita ad un portale nel quale tener traccia, in tempo  reale, di tutte le richieste di rimozione che perverranno ad AGCOM e  delle risposte di AGCOM a tali richieste. In questo modo sarà possibile  monitorare rapidamente l&#039;incidenza della nuova disciplina sulla libertà  di informazione e sulle altre libertà fondamentali e prepararsi a  spiegare &quot;in numeri&quot; alle diverse autorità che si troveranno ad  occuparsi della questione i limiti e le conseguenze dell&#039;iniziativa  AGCOM.Ma, probabilmente, si potrà fare di più.L&#039;idea è  quella di una disobbedienza civile al contrario - verrebbe da dire, di  una minuziosa obbedienza civile - che valga ad inondare le scrivanie -  fisiche e virtuali - dell&#039;Autorità di centinaia di migliaia di richieste  di rimozione ogni mese così da far comprendere all&#039;Autorità che la  procedura ideata è costosa ed inutile e, auspicabilmente, indurla a  desistere dal proprio intendimento.La Rete - e lo stanno  dimostrando in queste ore i fatti della Val di Susa - è ormai divenuta  lo spazio pubblico per eccellenza nel quale ciascuno ha, finalmente, la  possibilità di incidere sui processi democratici del Paese. Non possiamo  lasciare che l&#039;accesso e la libertà di informazione a questo  straordinario spazio pubblico siano governati da quelle stesse dinamiche  politico ed economiche che, negli anni, hanno privato il Paese dello  spazio pubblico televisivo.La Rete è nostra. Difendiamone la libertà.
 
[pubblicato su Punto Informatico il 28 giugno 2011]</description>
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<title>Diritto d&#039;autore, il controllo spetta al giudice</title>
<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>A meno di un cambio di direzione dell’ultimo minuto, l’Italia si appresta  a mostrare al mondo come un grande Paese democratico possa distrarsi al  punto da permettere a un’autorità amministrativa, invece che a un  giudice, di decidere cosa è lecito pubblicare. Secondo i resoconti di un recente incontro a Roma tra alcuni esponenti  della società civile e il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò,  infatti, l’Autorità si accinge a varare un provvedimento che si  preannuncia a dir poco controverso. In base alle linee guida pubblicate  dall’Autorità in occasione di una consultazione pubblica tenutasi a  inizio anno, l’Agcom vorrebbe istituire una procedura veloce e puramente  amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in  violazione della legge sul diritto d’autore. L’Autorità potrebbe sia  irrogare sanzioni pecuniarie molto ingenti a chi non eseguisse gli  ordini di rimozione, sia ordinare agli Internet Service Provider di  filtrare determinati siti web in modo da renderli irraggiungibili  dall’Italia. Il tutto senza alcun coinvolgimento del sistema  giudiziario. Anche ammettendo che l’Agcom abbia tali poteri sanzionatori su questa  specifica materia – e ci sono esperti che lo dubitano – e trascurando  per il momento gli aspetti pratici (è in grado l’Agcom di gestire  potenzialmente migliaia di richieste di intervento?), concentriamoci  sulla modalità - amministrativa invece che giudiziaria. Perché il  passaggio da un giudice, in pieno contraddittorio e con tutte le  garanzie del caso, è indispensabile? Perché se alcuni casi di violazione  del diritto d’autore sono relativamente semplici da determinare, la  liceità o meno della pubblicazione di un contenuto genera spesso  considerevoli dubbi anche agli esperti della materia. Il diritto  d’autore, infatti, è di una complessità a volte notevole, come è  possibile riscontrare, per esempio, quanto si cerchi di determinare con  certezza se una certa opera è o non è nel pubblico dominio in un dato  Paese. Inoltre, anche contenuti protetti dal copyright possono essere  utilizzati, con dei limiti, per critica, discussione, insegnamento,  ricerca, eccetera. E’ davvero concepibile che possa essere un organo  amministrativo, per di più con tempi molto stretti, a decidere, per  esempio, se un cittadino possa pubblicare o meno sul suo blog l’estratto  di una trasmissione di informazione televisiva per finalità di  discussione? L’Agcom – che pure in passato aveva dimostrato altra sensibilità sul  tema del diritto d’autore online (si pensi, per esempio, all’indagine  conoscitiva pubblicata a inizio 2010) – ha scelto di percorrere, tra  l’altro con una fretta e con modalità che lasciano perplessi, una strada  sbagliata e potenzialmente pericolosa. Innanzitutto, la fretta. Alla pubblica consultazione di inizio anno,  infatti, doveva seguire la redazione di una proposta di provvedimento  seguita da una nuova consultazione: che fine hanno fatto queste fasi? E  perché il relatore del provvedimento, il consigliere Nicola D’Angelo,  critico dell’impostazione prevalente in Autorità, è stato esautorato dal  dossier senza preavviso e senza motivazione? Su una materia così  delicata l’assenza di risposte pesa. Strada sbagliata perché qualunque materia che riguardi diritti  fondamentali deve passare dal Parlamento. Quindi, che si proponga  eventualmente una legge e che tale legge venga pubblicamente discussa,  come per altro chiesto a febbraio da un’interpellanza urgente a prima  firma del deputato Roberto Cassinelli (PdL) e sottoscritta da 45  parlamentari del Pdl, Pd, Udc, Fli e Lega Nord. In Spagna si è seguita  tale strada: la legge cosiddetta Sinde, dal nome del ministro della  Cultura, che intendeva introdurre un meccanismo simile a quello pensato  dall’Agcom, è stata lungamente discussa in Parlamento, che l’ha infine  bocciata. Come ricordato di recente dall’avvocato generale presso la corte di  giustizia europea, Pedro Cruz Villalon, l’art. 52 della Carta dei  Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: «Eventuali limitazioni  all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente  Carta devono essere previste dalla legge». L’Agcom è ancora in tempo a  fare un passo indietro, lasciando, come è giusto, la parola al  Parlamento.
 
[pubblicato su LaStampa.it il 28 giugno 2011]</description>
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<title>Censura d&#039;autore</title>
<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>L’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha scelto di lasciarsi  tirare dalla giacchetta dei titolari dei diritti e di quanti hanno, oggi  più che mai, paura di una Rete libera e strumento di circolazione di  idee, informazioni e creatività.
E’ questa la sintesi di quanto dichiarato dal Presidente Calabrò della propria relazione annuale e confermato ad una rappresentanza della società civile che ha voluto incontrarlo.
Il prossimo sei luglio, il consiglio dell’Autorità approverà una delibera contenente il nuovo regolamento relativo all’enforcement dei diritti d’autore online e si tratterà di una disciplina sostanzialmente conforme a quella che,  ormai da mesi, l’AGCOM ha annunciato l’intenzione di varare, sebbene  all’esito di un giro di audizioni tra gli addetti ai lavori.
Decine e decine di audizioni – lo ha detto lo stesso Presidente Calabrò  nel corso della sua relazione annuale – che, tuttavia, sembrano essere  state completamente inutili se è vero che, l’Autorità, nel suo  provvedimento non terrà in alcun conto le moltissime critiche ricevute e  seguirà, invece, le indicazioni dei soliti, pochi, noti rappresentanti  dei titolari dei diritti.
Siamo alla vigilia del varo di un Regolamento illegittimo – tanto sotto  il profilo della disciplina nazionale che sotto quello dell’Ordinamento  UE – palesemente inattuabile e suscettibile di ledere in modo  irreparabile il diritto all’informazione di milioni di cittadini.
Tante le conseguenze della scelta dell’Autorità.
La prima.
Tanto per cominciare, Calabrò ed i suoi uffici hanno, definitivamente,  dimostrato al Paese di essere tutto fuorché un’Autorità indipendente  perché tale non può definirsi un’Autorità che ascolta, in audizione,  decine di posizioni puntuali, documentate e ben strutturate e poi segue  la strada indicatale dai soliti poteri – economici e politici – di  sempre.
La seconda.
L’Italia sta per conseguire un nuovo record negativo: quello di essere  il primo e, sin qui, l’unico Paese al mondo nel quale un’Autorità  Amministrativa può ordinare, all’esito di un procedimento sommario  [n.d.r. dovrà concludersi in cinque giorni] ed in assenza di  contraddittorio la rimozione di un video dallo spazio pubblico  telematico.
La terza.
I cittadini italiani si ritroveranno a farsi carico di costi straordinariamente elevati per la gestione di un procedimento di enforcement che non produrrà alcun risultato pratico e che se anche lo producesse,  lo produrrebbe, solo, per le tasche di un nugolo di società che,  peraltro, nella più parte dei casi fanno capo a soggetti stranieri.
Il Paese, dunque, sarà certamente più povero, a tutto beneficio dei soliti ricchi di sempre.
La quarta.
L’Autorità sta deliberatamente consegnando la libertà di informazione  del Paese nelle mani di quegli stessi galantuomini che, sin qui, l’hanno  a tal punto limitata e compressa da porre il nostro Paese,  sistematicamente, in fondo alle classifiche mondiali.
E’, infatti, evidente, che la nuova disciplina rappresenterà l’alibi  utilizzato dai soliti editori musicali, televisivi e della carta  stampata per chiedere la rimozione di ogni contenuto che non risulti  allineato al pensiero unico di Governo o che, più semplicemente, appaia  suscettibile di far loro concorrenza.
Basterà che venga utilizzato qualche minuto di musica di sottofondo per  un video di critica a questo o quel governo che l’Agcom, in cinque  giorni, accogliendo l’istanza dei soliti noti, potrà disporne  l’immediata rimozione, mettendo così a tacere una voce libera.
La quinta.
Stiamo per trasformarci da penisola a isola.
L’Autorità Garante sembra intenzionata ad auto-attribuirsi il potere di  rendere, persino, inaccessibili contenuti pubblicati da soggetti  stranieri in conformità a leggi diverse da quella italiana.
Agli utenti italiani, in alcuni casi, verrà preclusa la possibilità di  accedere ad un contenuto pubblicato da un cittadino tunisino su un  server egiziano.
In questo modo è ovvio che ci ritroveremo, ben presto, isolati dal resto del mondo.
E’ una prospettiva raccapricciante nell’era dell’accesso e nella società dell’informazione.
Siamo davanti ad un autentico esperimento di ingegneria giuridica che  rappresenta, probabilmente, una delle più preoccupanti minacce per la  libertà di informazione in Rete.
Il Presidente Corrado Calabrò, i Commissari dell’Autorità che  apporranno le loro firme in calce alla delibera e, naturalmente, i  lobbisti prezzolati dalle major dell’audiovisivo stanno per mettersi  sulle spalle la responsabilità di scrivere una delle pagine più buie  della storia della Rete nel nostro Paese e per influenzare in modo  determinate e negativo il nostro futuro.
Internet non consentirà di cancellare facilmente il ricordo di quanti avranno preso parte a questa censura d’autore.
 
[pubblicato su Wired.it il 27 giugno 2011]</description>
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<title>Trenta anni dopo la tragedia di Alfredino Rampi, lo sgomento di una madre</title>
<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 12:54:41 +0000</pubDate>
<description>Ieri 16 giugno 2011, nel corso della trasmissione di Rai 2 “150 anni La Storia siamo noi” si è ricordata la tragedia di Alfredino Rampi. All’epoca, era il 1981, avevo solo 10 anni, ma ricordo la passione e lo sgomento con il quale i miei genitori vivevano il tragico evento. Io ero ancora bambina, ero figlia e non genitore, e non so immaginare quali potessero essere i miei stati d’animo, allora, pensando ad Alfredino prigioniero nel pozzo. Oggi ho quaranta anni e sono madre; e da madre ho vissuto, per la prima volta, ieri sera, guardando la trasmissione Rai 150 anni La Storia siamo noi, le terribili ore che hanno preceduto la morte di Alfredo. Ho provato una profonda angoscia.  Ma mi sono anche arrabbiata e non ho preso sonno per l’intera nottata. Era necessario, per ricordare l’evento, farci ascoltare la voce di Alfredo che gridava: “mamma… basta… basta”?  Era giusto? Questa mattina ho fatto una ricerca su internet ed ho scoperto, leggendo su Wikipedia, che dovrebbe esistere una sentenza del Tribunale civile di Roma che ha vietato che uscissero dagli archivi della Rai le sequenze in cui Alfredo Rampi «piange o singhiozza», «chiama la mamma o i soccorritori» e quelle in cui «i genitori e altri soccorritori cercano di tranquillizzarlo».  Cosa ne è stato di questa sentenza? Perché ieri le grida del bambino e le parole della mamma che cercava di tranquillizzarlo sono state nuovamente trasmesse?   Vorrei ricevere una risposta Vi ringrazio Firmato Raffaella Arista (madre)</description>
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<title>SALLUSTI SOSPESO PER DUE MESI PER IL &quot;CASO FARINA&quot;, SODDISFAZIONE DELLA SOCIETÀ PANNUNZIO</title>
<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
<description>L&#039;allora direttore di &quot;Libero&quot; aveva fatto scrivere regolarmente Renato Farina nonostante quest&#039;ultimo fosse stato radiato dall&#039;Ordine dei giornalisti.
Il Consiglio dell&#039;Ordine dei giornalisti della Lombardia accoglie l&#039;esposto della Società Pannunzio e commina ad Alessandro Sallusti la stessa sanzione già inflitta a Vittorio Feltri.
 Il giorno 9 giugno il Consiglio dell&#039;Odg Lombardia ha sospeso per due mesi, con delibera presa a maggioranza, il giornalista Alessandro Sallusti per il &quot;caso Farina&quot;.
Il procedimento nasce da un esposto presentato dalla Società Pannunzio per la libertà d&#039;informazione nell&#039;aprile del 2010, in seguito alle legittime recriminazioni sollevate da Vittorio Feltri, il quale, appreso della sospensione inflittagli dallo stesso Consiglio dell&#039;Odg per aver «sostanzialmente vanificato e delegittimato apertamente la funzione  disciplinare dell’Ordine, violando così gli artt. 2 e 48 della Legge n.  69 del 1963», lamentava dalle colonne del settimanale &quot;Panorama&quot; dell&#039;8 aprile 2010 (pag. 74-75) che il collega Sallusti - pur avendo commesso la medesima violazione nell&#039;aver consentito a Renato Farina (ex giornalista radiato dall’Ordine) di scrivere con regolarità sul quotidiano &quot;Libero&quot;, eludendo in tal modo gli effetti del procedimento inflittogli - non fosse stato in alcun modo sanzionato.
La Società Pannunzio, dunque, riconoscendo su questo specifico punto la fondatezza delle argomentazioni espresse da Vittorio Feltri, decise di rivolgersi nuovamente al Consiglio dell&#039;Ordine della Lombardia per richiedere che tale disparità di trattamento fosse sanata.
Ora la notizia della sentenza pone rimedio a quella che, comprensibilmente, Feltri ravvisava come una grave ingiustizia nei suoi confronti e ristabilisce finalmente un principio al quale, com&#039;è giusto, ciascuno è chiamato ad attenersi: le regole sono uguali per tutti e tutti sono tenuti a rispettarle.
La Società Pannunzio, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, si dichiara soddisfatta per aver rafforzato un&#039;importante conquista: ancora una volta un’associazione di cittadini-lettori ha preteso e ottenuto il rispetto del diritto a un&#039;informazione corretta. Con buona pace di tutti quei giornalisti, di destra e di sinistra, che si dicono contrari all’Ordine soltanto quando l&#039;Ordine si ricorda di fare il proprio dovere e inizia, seppur timidamente, a funzionare.
 
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